La Trinacria tra mito e storia

Moneta siracusana coniata nel III sec. a.C. durante il periodo di Agatocle.La triscele è raffigurata sul lato destro.

Moneta siracusana coniata nel III sec. a.C. durante il periodo di Agatocle.La triscele è raffigurata sul lato destro.

Molti sono i miti che raccontano la storia dell’incontro tra il popolo greco, giunto in Sicilia dopo aver colonizzato la costa tirrenica del meridione d’Italia, e la più grande isola del Mediterraneo, rigogliosa e piena di fascino, già abitata da Siculi, Sicani, Elimi e Fenici. Secondo la tradizione storiografica, l’ateniese Teocle fu spinto da una tempesta verso le coste siciliane e, innamoratosi del luogo, volle ritornarvi guidando un’intera colonia di Calcidesi e Megaresi che fondarono nel 735 a.C. la città di Naxos, prima colonia greca in Sicilia.Questo il racconto storico. Tuttaviai Greci di Sicilia, ormai divenuti sicelioti, hanno anche elaborato molti miti che ci raccontano storie affascinanti, molte delle quali provavano a spiegare le origini di fenomeni naturali altrimenti ignoti che stupivano e forse inquietavano i coloni giunti sull’isola: nasceva così il mito della fucina di Efesto nelle viscere del vulcano Etna, o il mito dei monocoli Ciclopi, che evoca forse il tempo lontano in cui l’isola fu popolata dagli elefanti nani; ed ancora il ciclo delle stagioni rappresentato nel mito di Demetra e Persefone andata in sposa al dio degli inferi Ade, il cui regno aveva uno dei suoi remoti accessi nel lago di Pergusa vicino Enna, l’origine di fiumi e sorgenti nei miti di Aci e Galatea, Alfeo e Aretusa, o la perigliosità delle acque dello stretto di Messina incarnata nei mitici mostri Scilla e Cariddi.

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Forse però in pochi sanno che la testa rappresentata al centro della mitica Trinacria, che campeggia sulla bandiera della Regione Sicilia ed è riprodotta all’infinito su manufatti di ogni tipo ed epoca, fino a diventare oggi il simbolo stesso della sicilianità nel mondo, altro non è in origine che la testa del dio Sole, l’Hélios dei Greci che secondo il mito pasceva i suoi armenti sacri nei pascoli di Sicilia. Le origini si fanno risalire ad un antico simbolo religioso di origine indoeuropea, la Triscele (dal gr. triskelés“che ha tre gambe”), tre spirali unite in un centro comune: in essa è presente il riferimento al dio Sole nella sua triplice manifestazione, le stagioni dell’anno (Primavera, Estate, Inverno).La Triscele si sarebbe diffusa in Occidente proprio attraverso i Greci, i quali ben presto la trasformarono in un volto umano, spesso una figura mostruosa come la Gorgone Medusa, dalla quale si dipartono tre gambe.Nasceva così laTrinacria, termine che deriverebbe dalla fusione dei termini greci tréis “tre” e ákra “promontori”, alludendo alla forma triangolare dell’isola: le tre gambe rappresenterebbero le tre punte della Sicilia, ovvero i promontori di Capo Boeo (a Ovest, presso Marsala), capo Peloro (a Nord-Est, presso Messina), capo Passero (a Sud, presso Portopalo).Ma perché Medusa è spesso presente nel simbolo della Trinacria?Medusa, una delle tre Gorgoni figlie di Forco e Ceto, incuteva particolare timore a causa del suo aspetto, con serpenti al posto dei capelli, zanne di cinghiale, mani con artigli di bronzo, ali d’oro e soprattutto uno sguardo che aveva il potere di pietrificare qualunque essere osasse guardarla: la testa di Medusa nella simbologia della Trinacria ha dunque una funzione chiaramente apotropaica, per pietrificare il male e allontanarlo. Le tre gambe piegate, con i piedi rivolti nello stesso verso e in movimento, è un riferimento a lmutamento e alla trasformazione, in particolare ai cambiamenti della vita e al ciclo delle stagioni; i serpente poi, per la capacità di cambiare pelle, rappresentano il rinnovamento, la rinascita, la palingenesi e non di rado, in alcune varianti della Trinacria, sono intrecciati con spighe di grano, simbolo di ricchezza e fertilità: si deve ai Romani l’introduzione di  questa particolare iconografia della Trinacria, essendo la Sicilia considerata il granaio di Roma. Il bene e il male, la luce e le tenebre in continuo conflitto tra loro, come metafora della mutevolezza della natura e della sorte umana: questo ci racconta da secoli l’icona simbolo intramontabile della Sicilia.

Carmela Bafumi

Maidda antica restaurata e dipinta a mano presso il nostro Atelier.

Maidda antica restaurata e dipinta a mano presso il nostro Atelier.

Madame de Pompadour: la "Reinette" di Francia

di Valeria Bafumi

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Jean Antoinette Poisson, nata a Parigi nel 1721 , nota come Madame de Pompadour, per oltre venti anni a Versailles fu la donna più potente di Francia se non d’Europa, durante il XVIII secolo. Maitress ufficiale del Re Luigi XV è stata una delle maggiori sostenitrici dell’Illuminismo e guida in materia di arte, musica e moda del suo tempo.

Così la descrive un contemporaneo, Charles-Georges Leroy : “La marchesa di Pompadour era di una statura al di sopra dell’ordinario, svelta, spigliata, agile, elegante; il suo viso si combinava bene con l’altezza, un ovale perfetto, dei bei capelli castano chiaro piuttosto che biondi, degli occhi abbastanza grandi, ornati da belle sopracciglia dello stesso colore, il naso perfettamente formato, la bocca affascinante, i bellissimi denti, e il più delizioso sorriso; la più bella pelle del mondo donava a tutti i lineamenti grande freschezza. I suoi occhi avevano un fascino particolare, dovuto forse all’incertezza del colore; non avevano affatto la viva lucentezza degli occhi neri, il tenero languore degli occhi azzurri, la finezza particolare di quelli grigi; il loro colore indeterminato sembrava renderli adatti a ogni genere di seduzione e a esprimere tutte le impressioni di un animo mobile. Anche il gioco della fisionomia era infinitamente vario, ma senza mai lasciar trasparire disarmonia nei tratti del volto. Ogni cosa contribuiva allo stesso obiettivo, il che lascia supporre un’anima abbastanza padrona di sé; i movimenti erano in accordo con il resto, e l’insieme della persona sembrava una sfumatura tra l’ultimo livello dell’eleganza e il primo della nobiltà”.

Madrina del “rococo” il modo di vestire della marchese influenza tanto il mondo della moda del suo tempo e degli anni a venire. a testimonianza di ciò i tanti ritratti dove viene rappresentata spesso indaffarata nell lettura o in

Le vesti della marchesa,tratte dal dipinto di Boucher eseguito 1756, sono riprodotte nei minimi dettagli all’interno della collezione BAMBOLE ARTISTICHE sez. DIPINTI FAMOSI, rappresentano la massima espressione del costume rococò. Si notino la ricchezza e la sontuosità degli ornamenti: larghi nastri composti in vistose gale, echelle, sul petto, che richiamano le medesime decorazioni sulle maniche; bordature di strisce increspate, rouches, in satin verde magistralmente punteggiato di piccole rose rosa. Strati di merletti sovrapposti alle maniche, engageantes, alto collarino increspato e fili di perle ai polsi. I capelli sono agghindati con una coroncina di fiori. Dall'abito spunta l'elegante scarpina in raso rosa.

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Dal cinema all'arte...omaggio al Gattopardo

di Carmela Bafumi

Il grande cinema rivive nella collezione di bambole artistiche Cinema 2014 e sposa la grande letteratura siciliana attraverso numerose ed importanti trasposizioni cinematografiche, come quella del grande capolavoro del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, nella celebre regia di Luchino Visconti del 1963.

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Le splendide location con i tesori artistici che l’isola custodisce si offrono spesso come set naturale al film, alla ricerca e adattamento dei quali Visconti dedicò una attenzione maniacale, come pure alla scelta di arredi e costumi siciliani d’epoca risorgimentale. Dalle favolose collezioni della famiglia Lanza di Mazzarino, uno dei cui esponenti, Gioacchino, è il figlio adottivo ed erede del titolo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, proviene una grandissima parte dei mobili, dei letti, degli arazzi, dei lampadari, delle moquettes che arredano gli ambienti dove sono state girate le scene del film; e molti dei servizi di piatti, posate, cristallerie che rifulgono nella scena del ballo, girata a Palazzo Gangi di Palermo. Si racconta che Visconti volle tutti i numerosi lampadari della sala illuminati con candele vere; sempre nella scena del ballo, tutti gli uomini portavano i guanti bianchi e dal momento che per il caldo e l’inevitabile bagno di sudore i guanti dopo alcune ore si ombravano, Visconti pretese che si impiantasse sul set una lavanderia con una cinquantina di donne addette a lavarli affinché i guanti fossero sempre immacolati (da Goffredo Lombardo, in L’avventurosa storia del cinema italiano – 1960-1969, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Milano, Feltrinelli, 1981, p. 257). Splendido il pavimento maiolicato, riprodotto con effetto realistico nell’esemplare in collezione Cinema, su cui volteggia la coppia Fabrizio di Salina e la bella Angelica Sedara, avvolta in un candido e smisurato abito disegnato dal costumista Pietro Tosi,è in pura organza avorio a righini lucidi e opachi ,montato su una base di seta verde chiarissimo. Lo scollo con berta e fiocco in faille di seta verde acqua. Le ruches, che guarniscono l'intero abito, sono anch'esse di organza avorio a righe… è l’emblema del nuovo ceto borghese che avanza illuminando per il breve tempo di un valzer l’atmosfera di generale decadenza che il personaggio del principe di Salina incarna con il suo abito da cerimonia e il suo umore malinconico.

Nel perfetto connubio realizzato da Visconti tra il romanzo storico capolavoro letterario di Tomasi di Lampedusa e la nuova arte cinematografica si riflette l’incontro tra l’antica aristocrazia feudale siciliana e la nuova borghesia di epoca risorgimentale narrato nel Gattopardo, le cui dinamiche e implicazioni storiche, sociali e culturali tanto avevano appassionato Visconti che aveva letto più volte il romanzo. Risuonano ancora vive le parole del grande regista nell’intervista di Antonello Trombadori: “il tema centrale del Gattopardo – “perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi” – non mi ha interessato soltanto sotto la critica spietata al trasformismo che pesa come una cappa di piombo sul nostro paese e che gli ha impedito di cambiare davvero fino ad oggi, ma sotto l’aspetto più universale, e purtroppo attualissimo, di piegare la spinta del mondo verso il nuovo alle regole del vecchio, facendo ambiguamente e ipocritamente sovraneggiare quello da queste” (Antonello Trombadori, Dialogo con Visconti, in Il film ‘Il Gattopardo’ e la regia di Luchino Visconti, a cura di Suso Cecchi d’Amico, Bologna, Cappelli, 1963, pp. 28-30).

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Dal "gran libro della natura"...la Collezione Cultivar omaggia l' Arte Botanica

Sembra strano nel 2020 parlare ancora di collezionismo….ma il salto temporale dall’ antichità greco-romana ad oggi non è poi così lungo e da sempre l’uomo tende a “collezionare” gli esemplari a cui tiene di più non solo per il valore economico o storico-culturale ed estetico, ma perchè collezionare è “fondamentalmente un’operazione comunicativa e il suo risultato, la collezione, è’ un oggetto comunicativo”. (Cit.F.Antonucci ,Comunicare nel museo,2004)

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La collezione Cultivar Etnee, pensata da me in collaborazione con un esperto biologo e inaugurata nel 2019, desidera essere un’omaggio all’Arte Italiana perchè trae ispirazione dagli studi fatti durante il XVI secolo da artisti attivi in Italia, promuove prodotti e coltivazioni che sono una punta di diamante del nostro Bel Paese ( questa prima collezione riguarda le coltivazioni tipiche dei paesi Etnei) rivistati in chiave moderna, colorata e sopratutto collezionabile per dimensioni e varietà di soggetti.

L’illustrazione botanica vede la sua nascita a partire dalla metà del Cinquecento, quando il rapporto fra arte e scienza si intensificò e le immagini naturalistiche furono espressione della “rivoluzione scientifica”. Tanti gli artisti noti e non che si dedicarono a quest’arte: in primis Leonardo da Vinci che eseguì numerosi studi di piante e vegetali che ritroviamo nei suoi dipinti come “Madonna delle Rocce” o nei lunettoni che sovrastano il Cenacolo; Albert Durer focalizzò la sua attenzione su singoli soggetti animali o vegetali isolati dal loro contesto realizzati con acquerelli, gouache o tempere, raggiungendo uno straordinario realismo. Questa tecnica è la più usata dai pittori di tavole botaniche e zoologiche che continuano ad alimentare il settore, in modo originale e moderno.